Il rapimento di Nicolás Maduro, ormai ex presidente del Venezuela, nell’operazione speciale statunitense del 3 gennaio, ha segnato un apparente punto di svolta sotto diversi aspetti: il futuro venezuelano, la politica estera americana e, più in generale, l’ordine internazionale. A un mese dall’operazione, tuttavia, è lecito chiedersi cosa sia realmente cambiato. Il Venezuela si avvia verso una transizione democratica o verso una nuova forma di autoritarismo? L’intervento statunitense rappresenta uno spartiacque nella politica estera americana o si inserisce in una continuità storica più ampia? In questo articolo cercheremo di rispondere a questi interrogativi.

 Il futuro del Venezuela

Il regime chavista, al potere da circa venticinque anni, sembra essere rimasto in larga parte intatto. La nomina ad interim di Delcy Rodríguez non ha inciso sulle strutture profonde del potere: gli apparati di sicurezza, i gruppi di interesse economico e il ruolo politico delle forze armate restano sostanzialmente invariati. L’amministrazione Trump, facendo tesoro delle esperienze fallimentari in Iraq e Libia — caratterizzate dall’intervento diretto “boots on the ground” e dalla distruzione degli apparati statali, come nel caso della de-Baathificazione — ha preferito dirigere il Venezuela dall’esterno, evitando un coinvolgimento militare diretto. Questa strategia consente agli Stati Uniti di ridurre i costi politici e militari dell’intervento, ma non garantisce in alcun modo una transizione verso una democrazia liberale. Nel futuro prossimo, il popolo venezuelano difficilmente verrà “liberato” dal regime, come molti osservatori europei avevano erroneamente previsto. È più realistico aspettarsi un parziale allentamento della repressione, non per una scelta ideologica del regime, ma come conseguenza della sua attuale fragilità. Le forze armate restano l’attore decisivo. La loro fedeltà è sempre stata assicurata attraverso ingenti risorse economiche, necessarie sia per il controllo territoriale tramite milizie locali sia per il mantenimento di uno stile di vita privilegiato. Tali risorse derivavano in larga parte da attività illecite — miniere illegali, narcotraffico e contrabbando di petrolio — che costituivano l’ossatura economica del regime. Il rischio che questo sistema di rendite si indebolisca è oggi elevato, e un suo collasso avrebbe conseguenze potenzialmente disastrose non solo per la popolazione venezuelana, ma anche per gli interessi statunitensi nella regione. Esiste, tuttavia, una possibile traiettoria verso una liberalizzazione limitata, più che verso una piena democratizzazione. Per attrarre investimenti esteri, in particolare nel settore petrolifero, il Venezuela dovrebbe garantire almeno una parziale indipendenza della magistratura e una minima certezza del diritto: nessuna grande compagnia investirebbe in un paese in cui l’esproprio arbitrario rimane una possibilità concreta. Questo processo sarebbe meno complesso di quello iracheno, ma non per questo privo di contraddizioni. A differenza dell’Iraq post-2003, esiste già un’opposizione riconosciuta a livello internazionale, incarnata dalla figura di María Corina Machado, teoricamente pronta a partecipare a elezioni controllate. Inoltre, attori regionali come la Colombia hanno manifestato disponibilità a collaborare per la stabilizzazione dell’area, in netto contrasto con il caso iracheno, dove l’Iran continua a esercitare un’influenza destabilizzante tramite milizie sciite. Fondamentale rimane il rapporto con le forze armate. Un dialogo con i vertici militari appare indispensabile per ridurre la loro presa sul potere. Promesse di amnistia — sebbene politicamente costose e contestate da ampi settori della popolazione — e la possibilità di partecipare alla competizione politica potrebbero favorire una transizione verso un sistema di tipo autoritarismo competitivo, più che verso una democrazia pienamente consolidata. In questo contesto, un vero cambio di regime nel breve periodo appare impensabile. È più probabile il mantenimento delle attuali strutture di potere, affiancato dall’ingresso di compagnie petrolifere statunitensi che, pur contribuendo a una parziale ripresa economica, difficilmente risolveranno le profonde disuguaglianze sociali e istituzionali del paese.

La politica estera americana

L’operazione in Venezuela si inserisce in una politica estera che non può essere interpretata né come puro isolazionismo né come un ritorno integrale al neoconservatorismo. L’approccio di Trump si colloca a metà strada. Sebbene in campagna elettorale avesse promesso una riduzione dell’impegno internazionale degli Stati Uniti — promessa in parte confermata dal ritiro da numerose agenzie e programmi multilaterali, come USAID — la pratica di governo racconta una storia diversa. Nel primo anno del suo mandato, Trump si è dimostrato più interventista del suo predecessore Biden, con azioni militari in Iran, Yemen e Venezuela. Definirlo isolazionista è quindi fuorviante. Molti confondono la sua ostilità verso gli alleati tradizionali, la politica dei dazi e le misure anti-immigrazione con una chiusura internazionale, ma queste scelte non indicano un disimpegno globale, bensì una ridefinizione unilaterale degli interessi americani. Storicamente, gli Stati Uniti sono stati raramente isolazionisti. Nell’Ottocento, il “Manifest Destiny”, l’espansione verso ovest a scapito delle popolazioni native, la guerra con il Messico (1846-1848) e la Dottrina Monroe (1823) mostrano una chiara volontà di proiezione di potere nel continente americano. Alla fine del XIX secolo, con la guerra ispano-americana del 1898, gli Stati Uniti entrarono consapevolmente nel sistema delle grandi potenze, acquisendo il controllo di Cuba e delle Filippine e avviando quel percorso che avrebbe portato al cosiddetto “secolo americano”. La visione di Trump si richiama a questa tradizione: una politica estera fondata sulla forza, sull’unilateralismo e sulla difesa aggressiva delle sfere di influenza, in particolare nell’America Latina e nell’Indo-Pacifico. L’operazione in Venezuela va quindi letta non come un’eccezione, ma come un segnale di una più ampia normalizzazione dell’azione unilaterale statunitense. In questo senso, più che un’anomalia, il caso venezuelano potrebbe rappresentare un modello destinato a ripetersi.

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