Nelle ultime settimane Mark Carney è stato al centro delle notizie per due motivi: il suo discorso al World Economic Forum e la visita bilaterale con Xi Jinping. Il Primo Ministro, a quasi un anno dalla sua elezione, davanti al nuovo ordine internazionale, ha rinnovato la strategia interna ed estera canadese. Carney, infatti, ha pianificato investimenti di circa 300 miliardi in settori chiave come l’energia, la difesa, tramite lo strumento Safe, la riduzione di tasse sul reddito e sugli investimenti e le infrastrutture. Ma ciò a cui gli europei dovrebbero fare più attenzione è la sua politica estera. Sin dall’imposizione dei dazi di Trump nell’aprile dell’anno scorso, Carney ha sempre tenuto una posizione forte e decisa nei confronti dell’affronto statunitense.
Nonostante gli Usa siano il primo mercato per l’export canadese e abbiamo sempre garantito la loro difesa, Carney non si è fatto problemi ad affrontare Trump con le sue stesse armi. Ha imposto dazi reciproci e poi ha trattato col Presidente statunitense da una posizione di forza, data la interdipendenza delle due economie nordamericane. Capendo che Trump non sarebbe più stato un alleato affidabile e che l’ordine basato sul diritto internazionale sta tramontando, Carney ha intrapreso partnership non più basate sull’appartenenza al mondo liberale ma basate sull’interesse strategico. Su questa falsa riga si inserisce l’accordo commerciale con la Cina, firmato pochi giorni fa, nel quale tariffe del 100% su macchine elettriche cinesi e sulla canola canadese caleranno drasticamente (al 6% per i veicoli elettrici e al 15% per la canola).
Nel discorso al forum di Davos, inoltre, ha sottolineato come le cosiddette “potenze medie”, ovvero nazioni che hanno capacità economiche e militare inferiori rispetto alle grandi potenze come Cina e Usa, devono adattarsi a questo nuovo mondo instaurando rapporti di collaborazione più forti, basati, per dirla come Alexandre Stubb, Presidente della Finlandia, sul “values-based realism”. Questa policy propone di raggiungere accordi anche con nazioni con forme di governo dissimili da quelle occidentali, rispettando la loro cultura e tradizioni, evitando di imporre i propri valori e perseguendo l’interesse nazionale. Ciò che Carney ha dimostrato e detto in questi giorni deve essere preso come esempio dall’élite europea. L’Unione Europea deve abbandonare la strategia di “appeasement” che ha adottato nei confronti degli Stati Uniti, cercando sempre di mediare quando Trump minacciava il Vecchio Continente, e far sentire maggiormente la sua voce. D’altra parte, una guerra commerciale con l’Ue avrebbe causato il crollo di Wall Street, data l’interdipendenza delle due economie, un aumento del costo della vita negli Stati Uniti e la probabile rottura dell’Alleanza Atlantica. Tutto questo sarebbe stato inaccettabile per la popolazione americana, i benefattori della campagna elettorale di Trump e persino da figure di spicco dell’amministrazione come Rubio. La retromarcia sarebbe stata l’unica opzione. Raggiungere una indipendenza strategica, soprattutto in materia di difesa, stringere accordi economici con altri attori mondiali, come India, Mercosur e Cina, e rilanciare la competitività europea, sono le uniche vie per non soccombere alle grandi potenze in questo nuovo ordine internazionale.
