I Guardiani della Rivoluzione, chiamati anche pasdaran, sono tornati al centro del dibattito politico in seguito alla repressione nel sangue delle proteste scaturite durante il gennaio 2026. L’articolo di oggi cercherà di capire le cause della loro formazione e l’evoluzione che hanno subito, permettendogli di diventare l’élite più importante del paese sia in campo militare che economico. Il corrente regime iraniano è in piedi grazie a loro ed è di cruciale importanza comprendere gli interessi dei pasdaran per determinare in che direzione il paese si muoverà dopo il maggiore periodo di crisi sin dalla rivoluzione del 1979.
La storia
I Guardiani della Rivoluzione sono stati creati dalla Repubblica Islamica poco dopo il successo della rivoluzione del 1979. Durante il conflitto tra l’élite religiosa sciita, guidate dall’ayatollah Khomeini, e i fedeli alla monarchia dello Scià, le forze armate iraniane dichiararono la neutralità. Esse non difesero la monarchia, alla quale, in teoria, dovevano rispondere, né si schierarono con la rivoluzione islamica. Dopo la vittoria sciita, la Repubblica Islamica non poteva fidarsi dell’esercito per salvaguardare la rivoluzione. Essi, dunque, dopo aver epurato ed indebolito gli alti ranghi delle forze armate, crearono i Guardiani della Rivoluzione. Questo nuovo corpo, con a capo l’ayatollah, aveva come obiettivo quello di difendere gli interessi dell’élite religiosa, garantire l’ordine, esportare la rivoluzione islamica nel Medio Oriente e controbilanciare l’esercito. La guerra tra Iran e Iraq (1980-1988) segnò una accelerazione nell’ingrandimento; infatti, arrivò ad avere 500 mila uomini tra le sue file, e nella creazione di nuovi reparti come le Forze Quds, responsabile degli interventi esteri, e il Basij, un gruppo paramilitare attivo sul territorio. Le Guardie della Rivoluzione sono intervenute in tutti i principali conflitti mediorientali come la guerra civile libanese (1982), dove la loro presenza diede la possibilità di creare Hezbollah, guerra in Libano (2006) e guerra civile siriana (2012). Ad oggi si stima che i componenti siano 200 000 mila e che siano fortemente inseriti nella società e nell’economia iraniana.
La presa sulla società
I Guardiani della Rivoluzione influenzano la società iraniana sotto molti punti di vista. La “liberalizzazione” dell’economia proposta dal Presidente Rafsanjani ha permesso ai Guardiani della Rivoluzione di partecipare all’economia iraniana in maniera sostanziale. L’organizzazione Khatam al-Anbiya, sotto il loro controllo, è una delle più grandi holding iraniane. Attraverso la Bonyad-e Ta’avon-e Sepah Foundation, invece, l’organizzazione conduce attività economiche nel settore bancario, dei servizi e dell’edilizia. Le Guardie della Rivoluzione, oltre alla sfera economica, possiedono molte testate giornalistiche e un apparato di intelligence ramificato sul territorio, permettendogli di esercitare un controllo capillare in ogni regione. Oltre a questo, possiedono influenza anche nel settore del cinema, attraverso l’Owj Arts and Media Organization, e nel mondo della ricerca universitaria, specialmente quella militare.
Come influenzeranno il futuro?
In conclusione, si può dire che i Guardiani della Rivoluzione abbiano in mano la società e la Repubblica Islamica. Esse hanno i mezzi e le capacità per cambiare il corso del paese, specialmente in momenti di difficoltà come quello di poche settimane fa. Le élite dell’organizzazione, però, appartengono a due generazioni diverse: la prima, quella che ha partecipato alla rivoluzione del ’79, che è fortemente religiosa e fondamentalista e la seconda, più giovane e dinamica, che non crede fermamente negli ideali islamici ma ha a cuore la percezione esterna dell’Iran. Essendo ancora la “vecchia guardia” a detenere i vertici dell’organizzazione, sarà più probabile vedere un tentativo di proteggere e mantenere la Repubblica Islamica così come è oggi, cercando di limitare l’intervento estero per risparmiare risorse. Al contrario, in caso di un cambio di leadership improvviso, potremmo assistere ad una relativa laicizzazione del paese, ad una politica estera assertiva a livello regionale ed alla ripresa dell’arricchimento dell’uranio per ottenere la tanto voluta bomba atomica. Nel secondo scenario è prevedibile una dittatura militare totalmente distaccata dal fondamentalismo islamico. Queste sono le due possibilità per il futuro dell’Iran. Potremmo farci una idea su cosa realmente succederà quando l’attuale ayatollah Khamenei morirà, data la sua età avanzata di 86 anni. Sarà una contingenza storica fondamentale per l’Iran, ma non credo che porterà la democrazia.
