Il viaggio di Keir Starmer in Cina segna un passaggio cruciale soprattutto sul piano degli interessi economici e strategici del Regno Unito. Dopo anni di gelo diplomatico, infatti Theresa May è stata l’ultima prima ministra britannica a mettere piede in Cina, Londra ha scelto una linea apertamente pragmatica. L’accordo centrale è quello del whisky scozzese, uno dei principali prodotti d’esportazione britannici verso il mercato cinese: Pechino ha annunciato la riduzione dei dazi dal 10% al 5%, una decisione che riguarda un settore in cui il Regno Unito detiene una posizione dominante, coprendo circa l’84% delle importazioni di whisky in Cina, per un valore complessivo che nel 2025 ha superato i 445 milioni di dollari. Secondo stime governative, il taglio dei dazi potrebbe tradursi in benefici per circa 250 milioni di sterline nei prossimi cinque anni. A questo si aggiungono accordi e aperture di mercato che Downing Street quantifica in oltre 2,2 miliardi di sterline di nuovi contratti di esportazione e 2,3 miliardi in “market access wins”, oltre che a investimenti cinesi in settori chiave come energia e tecnologie verdi. Sul piano diplomatico, la Cina ha inoltre revocato le sanzioni contro alcuni parlamentari britannici, un gesto dal valore simbolico che segnala la volontà di riaprire i canali politici interrotti dal tempo. Nel complesso, la visita di Starmer restituisce l’immagine di un Regno Unito che, pur ribadendo la centralità della sicurezza nazionale e dei valori democratici, sceglie di non rinunciare a un rapporto proficuo e di dialogo con la seconda economia mondiale, privilegiando risultati economici tangibili rispetto a una postura ideologica rigida.
Il trend occidentale
La visita di Starmer in Cina rientra in una tendenza che, sin dall’insediamento di Donald Trump per il suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha preso sempre più piede. Macron, Carney e Stubb, Presidenti di stati occidentali e sotto l’egida della Nato, nell’ultimo anno hanno cercato di diversificare i loro rapporti provando ad interloquire anche con Paesi non affini ideologicamente. Più che un cambiamento di strategia è una necessità. Nell’ultimo anno sono innumerevoli le occasioni in cui il Presidente degli Stati Uniti ha criticato e fronteggiato apertamente i suoi alleati più stretti: Liberation Day, Ucraina, Groenlandia, summit Nato… Proprio per i tanti “sgambetti” ricevuti, i capi di Stato occidentali stanno prendendo coscienza del fatto che gli Usa non sono più considerabili degli alleati affidabili. Poche settimane fa, il caso Groenlandia ha provocato le ipotesi di scioglimento della Nato, l’alleanza che unisce i principali Paesi occidentali. Situazioni di questo tipo hanno provocato la ricerca della cosiddetta “indipendenza strategica”. Ma cos’è nei fatti? L’indipendenza strategica è una situazione che uno Stato raggiunge quando non è estremamente, ed in alcuni casi fatalmente, dipendente da una potenza più grande. Un esempio calzante di questa definizione è l’India. Essa, essendo la più grande democrazia al mondo, ha buoni rapporti con gli Usa, anche se ad oggi altalenanti per via dei dazi, e con l’Europa, con la quale ha appena stretto un accordo di libero scambio. Nonostante questo, il suo status di potenza emergente le ha permesso di entrare nei BRICS, una alleanza economica che ha come obiettivo la sostituzione del dollaro come valuta di scambio, e, dunque, la possibilità di giocare di sponda con tutti questi alleati. È di gran lunga più difficile insediare con dei dazi l’India, che ha la possibilità di dirigere l’export verso altri paesi più amici, che l’Europa che esporta la maggior parte dei propri prodotti oltreoceano e possiede una economia fortemente intrecciata a quella americana. L’Europa, però, non può lasciarsi ricattare. Le ultime visite dei capi di stato e gli accordi di libero scambio con Mercosur e India sono la strada giusta da percorrere, ma non basta. Se l’Unione Europea vuole veramente fare un salto di qualità deve iniziare ad avere una singola voce in materia di politica estera, in modo da essere credibile, deve rilanciare la sua produttività, deve essere capace di rispondere ad un eventuale attacco russo nei confini orientali e deve trovare nuovi partner, anche se ideologicamente non affini, per limitare la dipendenza dagli Usa. La situazione geopolitica attuale assomiglia molto a quella del XIX secolo in cui le grandi potenze possedevano proprie sfere di influenza e competevano tra loro. In un mondo simile non possiamo permetterci di essere dipendenti da un’altra potenza.
