Il conflitto russo-ucraino ha messo in luce oltre alla dipendenza strategica dell’Unione Europea, per gas e capacità di difesa, anche la sua incapacità strutturale di tradurre il proprio peso economico e normativo in influenza diplomatica e strategica. L’UE ha sostenuto finanziariamente Kiev, ha imposto sanzioni senza precedenti e ha contribuito alla tenuta dell’Ucraina; tuttavia, sul piano politico, è rimasta un attore secondario, incapace di orientare l’evoluzione del conflitto o di incidere seriamente sulle dinamiche negoziali. L’incapacità di presentarsi al tavolo come attore rispettato è simbolo di grande debolezza. Una parte significativa di essa va ricercata nell’avversione, o quantomeno, nella crescente riluttanza, dei principali leader europei a intraprendere un dialogo politico strutturato con la Federazione Russa. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il rapporto tra Bruxelles e Mosca non si è interrotto formalmente: i negoziati di Minsk e il ruolo franco-tedesco testimoniano la persistenza di alcuni canali diplomatici. Tuttavia, da quel momento il dialogo europeo con la Russia è divenuto tattico e difensivo, privo di una visione strategica di lungo periodo. L’UE ha continuato a parlare con Mosca, ma ha smesso di pensare il rapporto con essa dal punto di vista geopolitico. Questa mancanza di visione, oltre a testimoniare l’incapacità di policy-making del corpo diplomatico europeo, è la causa principale dell’irrilevanza europea di fronte al conflitto. La ripresa del dialogo è di cruciale importanza per il futuro europeo, avere un canale diplomatico aperto, anche se conflittuale, è meglio che averlo totalmente chiuso. Ciò che deve cambiare, però, è il modo con cui ci rapportiamo alla Russia. Essa considera i rapporti di forza come variabile principale del sistema internazionale; dunque, noi europei dobbiamo trovare quell’unità politica interna che permetta alle istituzioni europee di essere rispettate e, condizione sempre più necessaria nel mondo odierno, temute. La nomina di un inviato speciale in Russia non risolverebbe interamente il problema, ma può dare lo stimolo necessario per il cambiamento, oltre ad essere simbolo della volontà politica europea di trasformarsi in un attore geopolitico con un certo peso. La scelta dell’inviato deve essere basata su tre aspetti: autorevolezza, estraneità dalla politica (non può essere un leader di stato) e deve possedere il rispetto degli interlocutori russi. Se si vuole che questa nomina non sia un fallimento, bisogna assegnargli un mandato chiaro, coordinarsi con l’omologo statunitense e rispettare la descrizione sopra detta. Senza queste premesse si rischia di incorrere nell’ennesimo fallimento europeo.
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